Faq

Come affrontare l'invecchiamento cutaneo precoce?

La nostra cute è un "tesoro" di cui non ci prendiamo cura a sufficienza.
Ci è capitato di vedere sicuramente una vecchia signora con una cute chiara e senza macchie, frutto di un'accorta gestione del "tesoro-cute", come pure di una giovane ragazza già con la pelle incartapecorita e grinzosa per le troppe lampade abbronzanti e per l'eccessivo fumo di tabacco. L'ETA'cronologica, quindi, NON è il fattore discriminante.
L'invecchiamento cutaneo è un fenomeno che può verificarsi indipendentemente dall'età cronologica e biologica del paziente, e dipende piuttosto dall'igiene comportamentale del soggetto, cioè da quanto il/la paziente si è preso cura di se stesso.

Le monete, i dobloni, di questo tesoro sono i fibroblasti. Nostro dovere è farli moltiplicare perchè possano produrre collagene. Le più importanti cellule connettivali della cute, per mantenere la tonicità e la eleasticità della pelle, sono i fibroblasti.
I fibroblasti producono collagene ed elastina,e riparano la pelle fragile e sciupata, assicuarandone il tono e l'elasticità. L'attività dei fibroblasti diminuisce nel tempo per l'invecchiamento o per altri motivi (abitudini alimentari, fumo, diete, attività fisica troppo intensa, prolungata esposizione ai raggi solari). Di conseguenza la pelle invecchia, perde tono e freschezza,perde luminosità e volume, finchè compaiono rughe e solchi.
Per produrre il collagene, i fibroblasti si servono di un supporto nutritivo: è per questo motivo che noi somministriamo direttamente nella cute (con microiniezioni) ciò di cui i fibroblasti hanno bisogno.

Metodologia della Biostimolazione.

Possiamo trovarci di fronte ad una CUTE STRESSATA da fumo, esposizione al sole od a lampade abbronzanti, da alimentazione sbagliata perchè troppo povera di tutto (ne è esempio il classico panino mordi e fuggi della pausa pranzo di molte impiegate)....
Oppure possiamo trovarci di fronte ad una CUTE ASFITTICA perchè poco idratata e poco nutrita (dall'interno) con un'alimentazione priva di minerali proteine e vitamine ed invece troppo ricca di grassi, una cute (quest'ultima) con una generale sofferenza del microcircolo che è rallentato e che trasporta perciò meno ossigeno....

Come si fa la Biostimolazione?

DUE sono i PROTOCOLLI più in uso: sono i protocolli CLASSICI e più ricchi di trattamenti (seppur personalizzati per i diversi tipi di pelle), e sono quelli che esemplifichiamo più avanti.
Tuttavia, esistono anche protocolli  PERSONALIZZATI  PIU' SEMPLICI e meno impegnativi, eppure anch'essi specifici per ogni paziente, che richiedono un minor numero di sedute dallo Specialista perchè in ogni sessione vengono praticati più trattamenti in sincronia.

I DUE PROTOCOLLI  CLASSICI si differenziano in base alle caratteristiche della cute che vogliamo trattare (stressata od asfittica), ma vengono personalizzati con l'aggiunta o la modifica delle procedure, in base alle caratteristiche di ogni singolo paziente.

Uno di essi utilizza una serie di microiniezioni intradermiche (con aghi sottilissimi) con gli aminoacidi (glicina, prolina e lisina) che forniscono ai fibroblasti i "mattoni" per costruire il collagene. I fibroblasti sono stimolati da trattamenti (intercalati alla somministrazione degli aminoacidi) con peelings chimici (glicolico, salicilico e piruvico).
Le sedute di trattamento con aminoacidi sono settimanali e sono cinque. Vengono eseguite anche sedute di trattamento con peelings per tre volte, ogni 2 o 3 settimane.
L'altro protocollo, utilizzato in pazienti che hanno un'alimentazione globalmente carente, prevede la somministrazione con microiniezioni intradermiche (con aghi sottilissimi) di vitamine, assieme ad un pool maggiore di aminoacidi (non solo quelli per la sintesi del collagene), ed oligoelementi minerali. In questo protocollo, le sedute di iniezione intradermica sono sette e vanno eseguite settimanalmente per cinque volte, e poi ogni due settimane per altre due volte.
In questo protocollo vengono eseguite (ogni due iniezioni di vitamine) delle microiniezioni di desossiribonucleotidi di estrazione placentare.
Anche in questo secondo protocollo è fondamentale associare almeno tre peelings per esercitare la stimolazione dei fibroblasti.
In entrambi i protocolli è utile somministrare acido jaluronico fluido con microiniezioni intradermiche.

Possono essere associati diversi trattamenti?

Possono essere eseguite in associazione una seduta di microiniezioni di vitamine ed oligoelemnti ogni mese, per due volte.
Inoltre, è molto utile eseguire microiniezioni intradermiche con un acido jaluronico fluido, per idratare la cute.
Dopo il ciclo di attacco, basta fare un richiamo ogni sei-otto mesi, rappresentato da due o tre sedute di aminoacidi ed un peeling, (associato ad un mini-ciclo di carbossiterapia di quattro sedute se la cute è del tipo asfittico): questo richiamo è particolarmente utile se eseguito in autunno per prepararsi alla stagione fredda.

Non va dimenticato che ad ogni protocollo sopracitato può e deve essere associato un trattamento (per bocca) con supplementi nutritivi specifici e mirati, per aumentare la riserva da cui l'organismo attinge per la sintesi proteica, e per ridurre il carico di radicali liberi che quotidianamente ci assale.

Per fare un esempio,....

Se vogliamo affrontare il progetto di ringiovanimento di un distretto così importante come quello del volto (che è il nostro biglietto da visita) con metodiche meno invasive, possiamo associare una terapia iniettiva per far scomparire le rughe della fronte e del contorno occhi (come il BOTOX-Vistabex) con il ripristino dei volumi della giovinezza tramite sostanze riempitive (i cosiddetti filler riassorbibili) come l’ACIDO JALURONICO (ne sono disponibili di diversa densità).   Ma, i  filler otterranno un risultato migliore, ed una durata maggiore, se saranno preceduti da trattamenti esfolianti (i PEELINGS, e ve ne sono di diverso tipo) che servono sia a stimolare e preparare il derma per il successivo posizionamento del filler sia a migliorare la tessitura e l'aspetto della cute.
Anche l'iniezione intradermica di VITAMINE ed AMINOACIDI, e di FATTORI DI CRESCITA PIASTRINICI, di ESTRATTI PLACENTARI e matrice dermica, come l'iniezione nel sottocute di CELLULE STAMINALI MESENCHIMALI ADULTE,  permetteranno di migliorare, e di prolungare, il risultato.

Quello fin qui descritto nell'esempio, è il cosiddetto "Contour-Lift" non chirurgico, che rappresenta la strategia migliore per avere un aspetto riposato, per far apparire il paziente ringiovanito in modo naturale.
Il trattamento può concludersi a questo punto, e richiedere solo piccoli richiami ogni sei mesi o quando ci vogliamo coccolare un pò, e senza dover ricorrere alla Chirurgia.    

Cos’è allora la biorivitalizzazione?

Come già detto, con questo termine intendiamo la iniezione sottopelle, nel derma cutaneo, di sostanze (aminoacidi, vitamine, oligoelementi) che stimolano il rinnovamento cellulare, la sintesi endogena di collagene ed acido ialuronico, il miglioramento della texture cutanea e della consistenza della cute e che, più semplicemente, determinano il rinnovamento cellulare.

 Esistono tipi diversi di biorivitalizzazione?

Ogni persona ha una sua specificità, perché può fumare oppure no, perché può mangiare molta frutta e verdura o mangiarne poca, perché prende molto sole oppure no, perché può mangiare molta carne od assumere invece poche proteine nobili ma molti integratori.
Pertanto la cosa migliore è praticare una biorivitalizzazione “personalizzata” e specifica per quella persona.
Tuttavia, esistono due modi per somministrare un trattamento biorivitalizzante:
(A) usare farmaci già preparati e disponibili in farmacia in forma di cocktail di molte sostanze,
(B) oppure usare i protocolli di Chams (un medico iraniano molto noto per essere il medico di principi e star del cinema) che prevedono l’uso di singoli oligoelementi da somministrare uno sull’altro, cioè uno dopo l’altro, (specifici per le necessità di uno specifico paziente). Gli schemi (B) di Chams, sono gli schemi CLASSICI di cui abbiamo parlato all'inizio, nelle prime risposte....sono schemi complessi e pertanto non accettati da tutti i pazienti...ecco perchè nella nostra attività abbiamo inserito schemi di protocollo più SEMPLICI, specifici anch'essi per ogni singolo paziente come lo sono gli schemi classici. 

 I diversi metodi di biorivitalizzazione danno gli stessi risultati ed hanno gli stessi rischi?

Appare evidente che con il metodo (A) si faranno poche microiniezioni di uno stesso prodotto uguale per tutti i pazienti (ogni volta che, settimanalmente, si va dal medico estetico), e meno iniezioni significano minor rischio di ematomi, con un costo più basso, ma anche con risultati meno eclatanti: è un trattamento valido anch’esso, è soltanto “più semplice”.
Con il metodo (B), cioè i due metodi CLASSICI oppure i diversi altri metodi PERSONALIZZATI, tutti inclusi nell'unica etichetta di metodo (B), le microiniezioni saranno in numero maggiore perché si devono sommare quelle necessarie per iniettare ogni specifico oligoelemento (per ogni seduta settimanale), pertanto con maggior rischio di ematomi, un costo più elevato, ma risultati superlativi perché solo con questo metodo (“quello per i principi e le star”) sarà possibile personalizzare il trattamento per quella specifica pelle di quella specifica persona.

Esempio particolare di biorivitalizzazione

Ai possibili protocolli del cosiddetto metodo di Chams o metodo (B), quello più raffinato e specifico e personalizzato, può essere associata una particolarità.

E' possibile infatti aggiungere mono-trattamenti con singole vitamine dopo un trattamento con acido ialuronico fluido: la iniezione di vitamina sarà dolorosa, il rischio di ematoma sarà sempre presente, ma il risultato sarà migliore e soprattutto la durata del risultato sarà maggiore. E’ un poco come voler acquistare un maglione di una stessa taglia e di uno stesso colore: possiamo sceglierlo in lambswool oppure in cachemire…e non sarà la stessa cosa per durata e soddisfazione.

Opzioni per una biorivitalizzazione diversa

E’ importante spiegare ai pazienti che esistono diverse opzioni, spiegare i costi diversi e la diversità dei trattamenti con  i diversi risultati ma anche i diversi rischi, e soprattutto dobbiamo mostrare ai pazienti che cosa iniettiamo nella loro pelle. Dobbiamo offrire il meglio, ma sarà sempre il paziente a scegliere.

Con la Lipostruttura di Coleman Usiamo davvero cellule staminali per la biorivitalizzazione?

Certamente. Le cellule staminali che usiamo sono “cellule staminali mesenchimali adulte” che sono contenute nel tessuto adiposo che autotrapiantiamo nel paziente (cioè che preleviamo, trattiamo e poi reimpiantiamo nello stesso paziente). E’ questa infatti la tecnica della Lipostruttura secondo Coleman.

Cos’è la Lipostruttura di Coleman?

La lipostruttura di Coleman può essere usata sia come metodica “filler” (cioè come “riempitivo”), ma anche come tecnica di biorivitalizzazione e di ringiovanimento (con l’autotrapianto di “cellule staminali mesenchimali adulte”)

Dove innestiamo, con la Lipostruttura di Coleman,  le cellule staminali mesenchimali del tessuto adiposo?

Abitualmente le innestiamo nel viso (guance, zigomi, labbra, area temporale) con la evidenza di ottenere un miglioramento stabile e duraturo del tono e texture cutanea, della vascolarizzazione cutanea (scompare la “couperose”), e del sostegno e idratazione dei tessuti.
Ma anche nelle mani, nel decolleté, nelle mammelle, nei glutei, nei polpacci, nelle depressioni cicatriziali.

Quanto tempo dura l’effetto delle cellule staminali del tessuto adiposo che usiamo per la biorivitalizzazione?

Le cellule staminali che usiamo sono “cellule staminali mesenchimali adulte” e durano indefinitamente, dando origine ai tessuti che embriologicamente  devono derivare e possono derivare da esse.

E’ necessario ripetere l’impianto di cellule staminali del tessuto adiposo?

Normalmente l’intervento di lipostruttura ed autotrapianto di grasso è unico e definitivo. Può  esserci la necessità di supplementare un’ulteriore quantità di tessuto adiposo dopo  parecchi anni (cinque anni / otto anni / o più).

Definizione di LIPOSTRUTTURA (Lipostruttura secondo Coleman)

La lipostruttura è la tecnica di rimodellamento del viso grazie al trasferimento di tessuto adiposo da un'area anatomica ad un'altra. Deve la sua paternità allo statunitense dott. Sidney Colemann, chirurgo plastico di New York.
Oggi, sperimentata da tempo, è utilizzata sia da sola che complementariamente ai differenti tipi di lifting, rendendoli molto più naturali. La lipostruttura consente di aumentare il volume di alcune regioni corporee usando come "filler" (riempitivo) il proprio grasso corporeo. Più usata per il viso, la lipostruttura è stata usata anche in altri distretti corporei come la mammella, la regione glutea, gli arti, ovviamente per riempire avvalllamenti o retrazioni conseguenti anche a traumi od interventi chirurgici oncologici: la lipostruttura, quindi, è un formidabile mezzo per tutta la Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica. Questo tipo di rimodellamento ("per aggiunta") è un lavoro molto minuzioso che può far seguito solo ad uno studio accurato della trasformazione avvenuta con l'invecchiamento, per esempio comparando fotografie del paziente in epoche diverse.

Inoltre, recenti studi hanno aperto una nuova ed importantissima luce sul capitolo "lipostruttura": infatti nel tessuto adiposo trapiantato con questa tecnica sono state trovate cellule staminali mesenchimali adulte. Queste cellule staminali hanno dimostrato di rigenerare i tessuti nei quali vengono trapiantate, "prendendo" dalle cellule vicine (del tessuto nel quale sono state trapiantate) le informazioni per "scegliere" la loro futura via di differenziazione (le cellule staminali sono infatti cellule totipotenti: infatti si trasformano in cellule simili a quelle del tessuto in cui si trovano, ed è per questo motivo che lo possono RIGENERARE!).

Quale tecnica viene usata quando si esegue la Lipostruttura?

L'intervento comincia con il prelievo di tessuto adiposo (molto simile ad una minilipoaspirazione), con strumenti particolarmente sottili, da aree tipicamente ricche di grasso: addome, fianchi, ginocchia.

Il grasso così prelevato è tuttavia diverso dal grasso che si potrebbe ottenere con una normale lipoaspirazione pure se con cannule sottili: infatti le cannule che si usano con la tecnica di Coleman hanno una punta (un'estremità) che permette di prelevare il grasso NON in forma di micropalline (come in una micro-lipoaspirazione, ove queste micropalline hanno sempre il problema di non essere raggiunte, al loro centro, dai capillari sanguigni neoformati) MA, invece, in forma di micro-striscioline  (che pertanto possono essere più facilmente colonizzate dai capillari sanguigni).
Questa è la vera innovazione della tecnica della LIPOSTRUTTURA rispetto al tradizionale lipofilling.

Successivamente, il grasso prelevato viene centrifugato delicatamente e filtrato per eliminare le cellule danneggiate o altri detriti cellulari che ne ostacolerebbero l'attecchimento. In questo modo solo gli adipociti perfettamente sani e vitali saranno impiantati (con un ago sottile e dalla punta smussata) uniformemente, metodicamente, quasi particella per particella, ove necessario.

Che tipo di anestesia viene utilizzata nella Lipostruttura secondo Coleman?

Se la lipostruttura è eseguita come unica tecnica, può essere sufficiente una banale anestesia locale, eventualmente associata a sedazione per cancellare ogni sensazione fastidiosa.
Se viene invece associata a lifting, si renderà necessaria l'anestesia generale.

Il post-operatorio di un intervento di Lipostruttura è molto fastidioso?

La minuziosità del trattamento determina, invariabilmente, un certo edema o gonfiore che persiste per alcuni giorni nel post-operatorio.
Questo edema, che può essere di particolare entità per gli interventi estesi a tutto il viso, è parte naturale della tecnica e non deve preoccupare la paziente che deve essere comunque informata (in particolare per interventi estesi a tutto il viso).
Invece, la ipostruttura limitata a singole componenti del viso, (guance o labbra per esempio) avrà un tempo di recupero ovviamente molto più veloce e la ripresa della normale vita di relazione avverrà in tempi molto più rapidi.

Usiamo davvero fattori di crescita piastrinici (PDGF) (TGF) per la biorivitalizzazione?

Certamente. A seguito di una normativa della Regione Lombardia e con una convenzione con il Servizio di Ematologia competente per area geografica è possibile, in un ambiente adeguato e con tutte le garanzie di sterilità, fare un prelievo di sangue e concentrare il plasma sanguigno (PRP “Platelet Rich Plasma”) dal quale raccogliere i fattori di crescita piastrinici PDGF (Platelet Derived Growth Factor) e TGF (Transforming Growth Factor).

Cosa sono i Fattori di Crescita Piastrinici?

I fattori di crescita piastrinici (PDGF Platelet Derived Growth Factors) (TGF Transforming Growth Factor) vengono usati topicamente ed iniettati con un metodo particolare nel derma cutaneo del viso, del collo, del decolleté e delle mani.
I fattori di crescita piastrinici (PDGF e TGF) sono una “sostanza” naturale, di derivazione umana dallo stesso paziente, senza effetti collaterali (cioè senza induzione di allergie od intolleranze), senza tossicità.
Esiste una ricchissima documentazione scientifica sul PRP (Platelet Rich Plasma) e sui fattori di crescita piastrinica (PDGF e TGF) che dal PRP si ottengono.

Cosa fanno i Fattori di Crescita Piastrinici?

I fattori di crescita piastrinici PDGF (Platelet Derived Growth Factors) e TGF (Transforming Growth Factor) hanno la funzione di stimolare la proliferazione cellulare ed i processi riparativi tissutali, stimolando l’angiogenesi e la rivascolarizzazione dei tessuti, stimolando la proliferazione delle cellule mesenchimali, la guarigione delle ferite, la produzione di fibroblasti e di collagene.

Che cosa è il PRP ?

Il PRP (che significa Plasma Arricchito di Piastrine) è una fonte di fattori di crescita che sostengono la crescita dell’osso e dei tessuti molli (cute, sottocute, tessuti miofasciali), migliorando la risposta ai danni biologici e favorendo la guarigione delle ferite.

Si ottiene concentrando le piastrine autologhe (cioè del paziente stesso) e derivando da esse i fattori di crescita piastrinici (PDGF: Platelet Derived Growth Factors) che, aggiunti alle ferite chirurgiche oppure ad innesti, sostenere migliorano ed accelerano il processo di guarigione.

Perché usare il PRP ?

(A) Quando c’è una ferita di qualsivoglia natura, il normale coagulo di sangue inizia il meccanismo che porterà alla guarigione del tessuto molle ed alla eventuale rigenerazione dell’osso. Il coagulo è perciò il primo momento del processo di guarigione delle ferite.

Il coagulo che, diciamo così, si forma  nelle condizioni abituali, e formato da:
95% rbc (globuli rossi); 4% plt  (piastrine);    1% wbc (globuli bianchi).

(B) Quando invece otteniamo con una procedura specifica del PRP, il coagulo sarà formato da: 95% plt  (piastrine);   4% rbc (globuli rossi);   1% wbc (globuli bianchi)
 
(C) Poiché il nostro obiettivo è ottenere la maggior quantità e concentrazione di fattori di crescita piastrinica (PDGF), è chiaro che dobbiamo ottenere una maggior concentrazione piastrinica nel coagulo (appunto..il PRP, cioè il Plasma arricchito di Piastrine), così da permetterci di ottenere da esso una maggior concentrazione di fattori di crescita piastrinica.

Cosa fa il PRP ? 

Fin da 1990 la scienza medica ha trovato molti componenti del sangue che sono coinvolti nel naturale processo di guarigione e che, se concentrati ed immessi od iniettati nella sede di una ferita, accelerano il processo di guarigione.
Recentemente, oltreché in campo chirurgico e riparazione di ferite, questi “fattori di crescita” hanno iniziato ad essere utilizzati anche nella medicina antiaging e nelle procedure di biostimolazione cutanea come tecnica di ringiovanimento molto efficace: si è aperto quindi il loro utilizzo anche nella medicina rigenerativa.

 Cosa si trova nel PRP ?

Gli specifici componenti di questo “siero della guarigione” che è anche un “siero della giovinezza”, perché aiuta la rigenerazione cellulare, sono: Platelet Derived Growth Factor (PDGF: fattore di crescita di derivazione piastrinica) e Trasforming Growth Factor Beta (TGFß: fattore di trasformazione e di crescita Beta), entrambi sono stati trovati nei granuli alfa delle piastrine. 
Troviamo inltre Fibronectina e Vitronectina, che sono molecole di adesione cellulare nel plasma, e la Fibrina.

Quando fu scoperta l'utilità del PRP ?

Nel 1994, Tayapongsak con i suoi collaboratori usarono Fibrina autologa (cioè ottenuta dallo stesso paziente) a scopo adesivo (detta “AFA”: Autologous Fibrin Adhesion”) durante una ricostruzione mandibolare. Essi notarono all’esame radiologico un più precoce consolidamento osseo, ed attribuirono questo risultato ad un potenziamento della osteoconduzione (offerto alle cellule osteocompetenti presenti nell'innesto) dalla rete di fibrina sviluppata dall'AFA.

Cosa sono le Piastrine ? 

Le piastrine sono elementi del sangue; esse sono il prodotto finale che deriva dai megakariociti. Non hanno nucleo, vivono 5-9 giorni, e si pensava che servissero solamente per giocare la parte iniziale del processo dell’emostasi. Adesso, invece, si è scoperto che attivamente estrudono fattori di crescita coinvolti con l'inizio del fenomeno di guarigione delle ferite.

Cosa sono i “fattori di crescita”?

Sono “citochine”cioè proteine immagazzinate nei granuli alfa delle piastrine.Le citochine non sono complete quando vengono estruse: istoni e/o catene laterali glucidiche sono aggiunti successivamente alle citochine per attivarle. I fattori di crescita piastrinici sono il PDGF ed il TGFß.

Cosa fanno le piastrine ?

Una volta che le piastrine si aggregano o che vengono in contatto con tessuto connettivo (cioè quando le piastrine si trovano “fuori” dalla corrente sanguigna perché c’è stata una rottura vasale e cioè un’emorragia) (ma può succedere anche per una lesione dell’integrità della superficie interna di un vaso sanguigno che così “scopre” la componente connettiva propria della sua parete), la membrana è “attivata”.
Dopo la attivazione, i granuli alfa rilasciano le citochine (cioè i fattori di crescita piastrinici) attraverso la membrana cellulare. I fattori di crescita piastrinici sono il PDGF ed il TGFß.

Che cos’è il PDGF ?

E' il primo fattore di crescita che avvia quasi tutto il processo di guarigione delle ferite è una glycoproteina del peso di 30 kd (kilodalton).Esiste in tre forme: PDGFaa, PDGFbb e PDGFab .

Una volta attivo, si attacca ai recettori di membrana sulle cellule bersaglio (target cells) e provoca a livello intracitoplasmatico  la attivazione dell’ATP (fosfato ricco di energia) delle cellule del tessuto che è stato sede di lesione. Questo fenomeno si chiama “attivazione chinasica” (la chinasi è un’enzima) e ciò attiva una proteina di segnale che è legata (sul versante endocellulare) al prolungamento transmembranario (trans-membrana cellulare) del recettore di membrana. La proteina di segnale viene “distaccata” dal suo “attacco” al versante intracitoplasmatico della memmbrana e galleggia via, nel citoplasma, verso il nucleo. Arrivata al nucleo provocherà l’”espressione” di diversi geni, e ciò porterà all’attivazione di una sintesi di proteine specifiche.

Quali sono le funzioni principali del PDGF ?

Stimolazione della replicazione cellulare(mitosi):
- Aumenta la popolazione (cioè la mitosi e quindi il numero) delle cellule sane.
- Aumenta la popolazione di cellule staminali ed osteoprogenitrici (attivando anche il debridment della ferita operato dai macrofagi, attivando i macrofagi stessi ed attivando così la 2° fase di produzione di “fattori di crescita” (prodotti dai macrofagi) così inducendo la continuazione della fase ripartiva e rigeneratrice.
- Stimolano anche le cellule endoteliali, inducendo la gemmazione di nuovi capillari nel letto della ferita (inosculazione, neoangiogenesi).

Che cos’è il TGFß?

Questa sigla rappresenta una “famiglia” (una “super-famiglia”, cioè una “famiglia specifica”) di fattori di crescita e di differenziazione: al momento attuale ne sono stati identificati 47 , includendo 13  BMP (Bone Morphogenic Protein: proteine ad azione morfogenica sull’osso).
- comprende i fattori TGFß1 e TGFß2 trovati nelle piastrine ed implicati nella formazione della matrice dermica (soprattutto di cartilagine, osso e della lamina basale vascolare)
- si trova anch’esso nei granuli alfa delle piastrine
- viene estruso dalle piastrine (e riversato nella matrice fondamentale intercellulare) a seguito di danno tissutale o di un atto chirurgico.

Il fattore TGFß  attiva le seguenti cellule:
- fibroblasti
- cellule endoteliali (vasi sanguigni)
- osteoprogenitrici (tessuto osseo)
- condroprogenitrici (cartilagine)
- cellule staminali mesenchimali (che sono le stesse cellule che “trapiantiamo” con la lipostruttura di Coleman”) e che sono così importanti nella medicina rigenerativa.

Cosa fa il fattore TGFß sulle cellule che attiva? 

- I fibroblasti vanno incontro a divisione cellulare e formano nuovo collagene
- Le cellule endoteliali producono nuovi vasi capillari per nutrire il tessuto neoformato
- Le cellule osteoprogenitrici  ulteriormente si moltiplicano e si differenziano, stimolando la formazione di matrice ossea
- Le cellule condroprogenitrici stimolano la formazione di matrice cartilaginea
- Le cellule staminali mesenchimali si moltiplicano per  mitosi e si differenziano nelle cellule (di derivazione mesenchimale) che guariscono la ferita.

Cosa sono la Fibronectina e la Vitronectina ?

Sono molecole deputate a favorire l’adesione tra cellule.
Favoriscono il movimento e la migrazione cellulare durante la guarigione delle ferite.

Cosa è la Fibrina ?

-Contribuisce alla mobilità delle cellule nel letto della ferita
- E’ una “cross-linked protein” derivata dal fibrinogeno del plasma e serve come “intelaiatura” per la migrazione cellulare e per intrappolare le piastrine nella sede della ferita.
Il “cross-linking” si verifica come parte del processo di coagulazione ed assicura una distribuzione casuale delle piastrine e dei loro fattori di crescita in tutta la ferita.

A cosa serve il PRP ?

Clinicamente, aggiungendo PRP si è potuto notare:
- accelerazione della guarigione di un innesto osseo e della sua maturazione
- accelerazione della guarigione di un innesto cutaneo e della sua maturazione
- aumento dell’emostasi (coagulazione) nei difetti tissutali ossei e dei tessuti molli muscolo-cutanei

Il PRP è sicuro ?

Poichè è autologo (cioè derivato dal paziente stesso), si evita il rischio di malattie trasmissibili come HIV ed Epatite Virale.

Come viene usato il PRP ?

- Il PRP è usato in chirurgia maxillo facciale, in chirurgia plastica ricostruttiva ed in medicina estetica ed antiaging, in chirurgia oculare ed in traumatologia sportiva.

- Il nostro utilizzo del PRP (e dei Fattori di Crescita in esso contenuti) sarà dedicato alla chirurgia plastica ricostruttiva ed alla medicina estetica, come pure alla medicina antiaging ed alla medicina rigenerativa. Il PRP verrà particolarmente usato nel rinnovamento cellulare della cute del viso, del collo, del decolletè e delle mani (ma potrà essere usato anche per la cute dell’addome e delle gambe).

Utilizzo del PRP in Chirurgia Plastica a livello dei siti donatori di Innesti Dermo-Epidermici “sottili” (i cosiddetti STSG  “Split Thickness Skin Graft”). E’ un uso nuovo, emergente.

- Il gel di PRP viene messo sulla superficie del sito donatore (il sito da cui si preleva l’innesto) e trattenuto in sede da una medicazione occlusiva (Tegaderm®)
- La medicazione occlusiva è rimossa dopo 7 giorni, ed il sito donatore presenterà una significativa epitelizzazione come se fosse già alla terza settimana di maturazione
- La rivascolarizzazione del sito donatore di STSG è stimolata dall’azione angiogenica dei PDGF e dei TGFB
- La fibrina è usata come “scaffold” (intelaiatura) per la migrazione epiteliale
- Il rapido sviluppo di tessuto di granulazione e della epitelizzazione farà diminuire la durata della fase “crostosa” con meno dolore ed un più rapido ritorno alla normale attività.

Come si ottiene il PRP (Plasma arricchito di Piastrine) ?

Il PRP è ottenuto da sangue autologo (cioè dello stesso paziente) usando la centrifugazione e la separazione delle cellule del sangue.
Il sangue in toto (trattato con citrato a scopo anticoagulante) e centrifugato, darà origine a tre (3) strati di cellule:
- RBC (globuli rossi), strato più denso, sul fondo
- PRP dello strato intermedio (cells selector gel) con un 30% di piastrine e globuli bianchi
- PPP (Platelet Poor Plasma: Plasma Povero di piastrine).

Con una tecnica specifica ben codificata, è possibile ottenere un PRP (Platelet Rich Plasma: plasma arricchito di piastrine) con un incremento del 383%. Ovviamente, in questo PRP abbonderanno i fattori di crescita piastrinici (PDGF) ed i trasformino-growth factors (TGF-Beta).

Esiste una normativa che regola l'uso del PRP e dei fattori di crescita piastrinici (PDGF) (TGFß) ?

Certamente. Tutto ciò è autorizzato da una Circolare della Regione Lombardia Prot. AREU n.490 – Prot. CRCC n. 30 del 24 febbraio 2009. Rispettando la normativa, ed attuando anche il convenzionamento con un Centro emotrasfusionale competente per area, è possibile presso il “point of care” (cioè lo studio medico stesso) effettuare la terapia rigenerativa con i fattori di crescita piastrinici (PDGF) (TGFß) ?

Quali sono gli EFFETTI E VANTAGGI del PRP e dei fattori di crescita piastrinici (PDGF) (TGFß) ?

- Sono una sostanza naturale e di derivazione umana (dallo stesso paziente) // Non esistono effetti collaterali (quali possibili allergie o intolleranze) // Sono privi di tossicità // Stimolano i processi riparativi e la crescita dei tessuti lesi sui quali sono applicati // Stimolano la proliferazione cellulare // Stimolano i processi bioriparativi e rigenerativi // Stimolano l'angiogenesi e la rivascolarizzazione dei tessuti // Stimolano la proliferazione delle cellule mesencimali (in particolare delle CELLULE STAMINALI MESENCHIMALI ADULTE), le stesse che "autotrapiantiamo" con la lipostruttura di Coleman // Stimolano la guarigione delle ferite ed accelerano la cicatrizzazione // Stimolano la produzione di fibroblasti // stimolano la produzione di collagene // Accelerano lo sviluppo dei tessuti ossei e la capacità osteoinduttiva e la produzione di osteoblasti // Stimolano la produzione delle cellule muscolari (miociti).

Le protesi sono veramente sicure? 

Durata delle protesi. - Enormi quantità di ricerche sono state effettuate per indagare sulla eventuale correlazione fra impianti mammari e malattie gravi nell’essere umano.  Attualmente si esclude che esista un rapporto fra protesi e cancro, così come non è stato messo in evidenza un aumento di malattie autoimmuni fra le donne che portano impianti in silicone, come invece era stato ipotizzato alcuni anni fa. Fra le numerosissime ricerche compiute, alcune sono state volute e finanziate dagli organismi governativi dei Paesi più evoluti e da prestigiose università. Tutte concordano sostanzialmente sulla sicurezza delle protesi, ma sottolineano che sono possibili complicazioni tali da rendere necessario un reintervento negli anni successivi all’inserimento della protesi.

Esami radiologici di controllo periodico. - Per quanto riguarda gli esami periodici per la prevenzione dei tumori mammari, occorre sottolineare che, mentre per l’ ecografia in genere non ci sono particolari difficoltà, la presenza della protesi, che non lascia passare i raggi X, rende più indaginosa la mammografia. Per tale ragione è necessario informare il radiologo dell’intervento subìto, in modo che metta in atto le procedure adatte a controllare in maniera comunque efficace la ghiandola mammaria. Comunque, una delle moderne tecniche di inserimento delle protesi mammarie (tecnica “Dual Plane”) permette di posizionare le protesi sotto il muscolo pettorale, lasciando la vera e propria ghiandola mammaria indenne da ogni atto chirurgico e perciò ampiamente esaminabile dal radiologo.

Allergie al silicone. - Le allergie al silicone sono rarissime ed è questa una delle ragioni per le quali viene usato questo materiale nella costruzione delle protesi. Infatti il silicone è presente in moltissimi oggetti con i quali abbiamo  contatto quotidiano, come in cosmetici, farmaci, cibi e persino nell’acqua e  nel latte che beviamo.  A questo proposito è giusto sottolineare che la quantità di silicone presente nel latte prodotto da donne con protesi è simile a quella di coloro che non hanno impianti mammari.

Le protesi sono diverse per qualità e costo. – E’ vero, le protesi sono di tipo diverso. Hanno un costo che attualmente (agosto 2009), per coppia (cioè per due protesi), va dai 600 euro ai 1800 euro, ma un tipo particolare di protesi con un rivestimento particolare in poliuretano può arrivare a 2200/2400 euro.
Il costo diverso delle protesi dipende dal tipo di gel di silicone in esse contenuto, dalla struttura della protesi (che ne determina la resistenza) e dal tipo di superficie esterna (lisca o testurizzata) oltreché, come detto, dal tipo di rivestimento.
Il medico deve eseguire più visite preparatorie prima dell’intervento di mastoplastica additiva, per informare la paziente sul tipo di protesi che il medico ha deciso di inserire. Inoltre, dopo l’intervento, è obbligatorio consegnare alla paziente il tagliando con il codice di ognuna delle protesi inserite.

Se l’ecografia o la mammografia segnalano una mastopatia fibrocistica posso ugualmente sottopormi all’intervento di mastoplastica additiva?

La presenza di cisti nelle mammelle  rappresenta un reperto comunissimo, privo di significato patologico. I fibroadenomi sono molto frequenti e senza connotazioni negative, ma meritano un controllo periodico specie dopo i 40-45 anni, che dopo la mastoplastica additiva può essere eseguito con un’ecografia oppure con una mammografia, utilizzando particolari tecniche. Nel caso di mastopatia fibrocistica è conveniente inserire le protesi nel piano retromuscolare, soprattutto per facilitare le indagini diagnostiche (compreso un eventuale agoaspirato). In genere le donne portatrici di protesi sono più attente alla prevenzione, anche perchè seguite e sollecitate dal loro chirurgo.

Se il mio “seno” oltre che vuoto, è anche rilassato e si appoggia sul torace, posso ugualmente sottopormi a questo tipo di intervento?

La risposta è un po’ complessa. Allo scopo di essere il più possibile sintetici e chiari sarebbe di grande aiuto disporre di disegni o fotografie che illustrano le diverse situazioni, indicando per ognuna le possibili soluzioni. A volte non è facile far capire alla paziente che con una protesi non si possono risolvere tutti i problemi delle mammelle, anche perchè spesso ha già avuto da qualcun altro “informazioni” scorrette. Il primo concetto da sottolineare è che se le mammelle si appoggiano sul torace, nella maggior parte dei casi è perchè la pelle non è in grado di sostenerle. Questo problema quindi non è solo legato allo svuotamento, ma anche all’inadeguatezza del “reggiseno cutaneo”. Di conseguenza molto spesso diviene necessario non solo riempire la mammella con una protesi, ma anche riposizionare i tessuti rilassati ed eliminare la cute in eccesso. Diventano quindi indispensabili cicatrici più ampie e di conseguenza più visibili. Soltanto il chirurgo, grazie alla sua esperienza e basandosi su precisi parametri,  potrà decidere quando la sola protesi può bastare a correggere il difetto e quando invece sia più opportuno ricorrere ad una mastopessi. Talvolta sarà possibile offrire due o più opzioni fra le quali scegliere, che si baseranno su impianti di volume più grande, con la possibilità di ridurre l’estensione delle eventuali cicatrici o viceversa.

Ma quanto durano veramente le protesi? 

Non è possibile dare una risposta precisa a questa domanda, perchè le variabili in gioco sono numerose. Ogni tipo di impianto ed ogni persona fa storia a sè. Certamente le ultime generazioni di protesi sono più robuste e quindi destinate a durare più a lungo dei vecchi modelli. Occorre però sottolineare che ci sono donne che portano impianti da 30 anni senza disturbi e senza evidenza di alcuna rottura, così come altre che dopo solo 3 anni sono costrette a sostituirle.

Il cambiamento della protesi di solito si effettua perchè è stata gravemente danneggiata o si è spostata o  per un’auspicata ulteriore variazione di taglia, oppure semplicemente perchè la paziente si sente più tranquilla con un nuovo impianto.

Il fumo può dare problemi in questo genere di interventi? 

Purtroppo il fumo determina una serie di danni all’organismo, che non sono limitati all’apparato respiratorio, ma riguardano anche il sistema cardiocircolatorio, quello nervoso, la pelle. Di conseguenza se fumiamo le condizioni generali del nostro corpo sono già in partenza meno sane del normale. Per quanto riguarda un intervento chirurgico di questo genere, in un certo senso superfluo, è ovvio che si debbano ridurre al minimo i fattori di rischio. Ogni sigaretta fumata significa vasocostrizione periferica per almeno 5 minuti. In altre parole la nicotina contenuta in ogni sigaretta determina un restringimento di quei piccoli vasi sanguigni che dovrebbero invece essere ben dilatati per portare ossigeno e nutrimento ai tessuti in via di ricostruzione e guarigione. Ovvio quindi che meno si fuma, meglio si guarisce! Sarebbe saggio non fumare affatto almeno per un mese prima e per un mese dopo l’intervento.

In quali occasioni gli altri possono notare che c’è qualcosa di innaturale nel mio petto?

E’ veramente difficile notare l’opera del chirurgo, a parte i casi già ricordati di eccessiva magrezza o di indurimento, oppure quando la protesi è stata collocata in un piano scorretto (tipicamente retro-ghiandolare anzichè retro-muscolare). Chi ha la protesi dietro al muscolo deve però cercare, se possibile, di evitare di contrarre i pettorali, altrimenti le protesi vengono spinte verso l’alto ed assumono un aspetto decisamente innaturale. Il tipico esempio è quando si vuole uscire dalla piscina senza utilizzare la scaletta, ma appoggiandosi con le braccia al muretto perimetrale e caricando tutto il peso del corpo su bicipiti e pettorali: così facendo ci si ritroverà con il petto sulle spalle!

Mettendo le protesi potrebbero venirmi delle smagliature? 

Teoricamente sì, perché la pelle è sottoposta ad uno stiramento e quindi si potrebbe ”rompere”, formando smagliature. In pratica è eccezionale vedere questa complicazione, perché quando si sceglie la dimensione della protesi il medico valuta anche l’elasticità cutanea e, di conseguenza, consiglia di usare una protesi adatta alla specifica situazione.  Anche in questo caso un minor volume comporta minori problemi!

Quanto tempo devo restare senza avere rapporti sessuali? 

Se non ci sono complicazioni di alcun genere, dopo circa una settimana si può riprendere l’attività sessuale, invitando però il partner ad usare  delicatezza con le mammelle appena operate, che comunque avranno le cicatrici coperte da un cerottino.

E’ vero che si rischia di perdere la sensibilità del capezzolo e dell’areola?  

Si, è vero, ma bisogna essere proprio sfortunati, perché l’insensibilità permanente riguarda solo lo 0,5 % delle operate, con una frequenza leggermente maggiore se si sceglie l’incisione lungo l’areola. Nella stragrande maggioranza dei casi, dopo un possibile periodo iniziale di riduzione o, talvolta, di aumento della sensibilità, tutto torna normale nel giro di pochi mesi. Se è il caso, il medico consiglierà una terapia a base di vitamina B.

Il mio futuro partner si può accorgere che mi sono fatta inserire degli impianti nelle mammelle? 

Se non vi sono contratture (indurimenti) e se la paziente non è eccessivamente magra, non è facile capire per i  “non addetti ai lavori” che dietro alla mammella è stata inserita una protesi, perchè la consistenza è effettivamente molto naturale. Bisogna ricordare che il gel “morbido” tradizionale rende la mammella operata più simile, alla palpazione, a quella di una donna adulta, mentre il gel “coesivo”, più denso, la avvicina di più a quella appena sbocciata di un’adolescente.

E’ vero che le mammelle diventano fredde con le protesi? 

La presenza di retrazione capsulare (il fenomeno che causa l’ indurimento), specie se grave, potrebbe determinare una riduzione locale dell’irrorazione sanguigna e, di conseguenza, una riduzione della temperatura della mammella. L’indurimento (la retrazione capsulare) è un fenomeno che oggi è possibile cercare di prevenire, perché esistono farmaci che hanno dimostrato una certa efficacia in questo senso: tuttavia, si tratta di un fenomeno imprevedibile perché dovuto alla risposta individuale al corpo estraneo (la protesi) e,  proprio perché “individuale”, è specifica di ogni singola donna. La retrazione capsulare può divenire più “palpabile”, ma comunque non dare problemi, nel caso il pannicolo adiposo sottocutaneo fosse troppo sottile (poco grasso).

Le mammelle si muoveranno in maniera naturale? 

Con il tempo le mammelle operate di solito tendono a muoversi con naturalezza, anche se ci sono delle differenze, secondo il tipo e la posizione dell’ impianto. Ad un estremo ci sono le protesi “tradizionali” in posizione retroghiandolare, già piuttosto mobili sin da subito dopo l’intervento, e all’altro le protesi “anatomiche” inserite sotto al muscolo, all’inizio decisamente più rigide.

Quali sono la minima e la massima età  per sottoporsi ad una mastoplastica additiva? 

Non esiste un vero e proprio limite di età per questo intervento: l’importante è che l’indicazione sia corretta,  le condizioni di salute siano idonee e la pelle sia adeguatamente elastica. E’ anche indispensabile che lo sviluppo sia presumibilmente terminato. Quindi è preferibile che siano passati almeno 6-7 anni dal primo mestruo e che le mammelle non abbiano più subìto aumenti di volume da almeno 2 anni.

Ci sono rischi se faccio immersioni subacquee o viaggi in aereo? 

Contrariamente a quanto riportato dalle “leggende metropolitane”, nessun problema né per l’aereo  né per le immersioni. La variazione di pressione, specie durante le immersioni profonde, potrebbe causare la formazione  transitoria  nelle protesi di bollicine, che talvolta si avvertono come un lieve gorgoglio, che sparisce spontaneamente entro un paio di giorni.

Si possono avere altre gravidanze e allattare dopo essersi sottoposte a mastoplastica additiva? 

Non vi è alcun dubbio che anche con impianti mammari si può procreare. Bisogna però considerare che durante la gravidanza e l’eventuale successivo allattamento il volume delle mammelle spesso aumenta in maniera cospicua. Dopo il parto e l’allattamento si assiste invece ad una sua riduzione , talvolta sino ad una vera e propria atrofia post-gravidica. E’ chiaro che queste variazioni di taglia possono determinare una diminuizione dell’elasticità cutanea, che può sfociare in un rilassamento più o meno marcato, con perdita quindi almeno parziale del buon risultato estetico conseguito con l’intervento. Naturalmente, in quei casi, il peggioramento estetico si verifica indipendentemente dalla presenza della protesi, che per certi versi ne riduce l’entità.
L’allattamento è generalmente possibile, a patto che la ghiandola fosse già in grado di funzionare prima dell’intervento. Le più recenti ricerche hanno permesso di stabilire che la quantità di silicone nel latte delle mamme portatrici di protesi è sostanzialmente uguale a quella delle mamme senza protesi. Sembra  che sia inferiore persino a quella del latte bovino di uso comune e del latte artificiale. Occorre però segnalare che l’allattamento si accompagna con discreta frequenza a mastiti, cioè ad infiammazioni/infezioni del sistema ghiandolare di produzione del latte. In tal caso è indispensabile assumere ai primi sintomi antibiotici in quantità efficace, onde evitare che tale situazione determini poi anche una contrattura della capsula periprotesica, con il conseguente indurimento delle mammelle.  

Quando potrò rimettere un reggiseno col ferretto o un push up? 

E’ preferibile attendere almeno un paio di mesi prima di indossare reggiseni con scheletro rigido, specie in metallo, perchè il “ferretto” poterebbe lasciare un’ impronta netta nel tessuto ancora edematoso dopo l’intervento. Questa depressione potrebbe marchiare la parte inferiore della mammella per lungo tempo. Il “push up” non deve essere usato se non dopo l’alloggiamento definitivo delle protesi, quindi almeno tre mesi dopo l’intervento, specie se sono state inserite nello spazio retromuscolare. Infatti, inizialmente è di solito necessario cercare di contrastare il muscolo, che contraendosi tenta di spingerle verso l’alto, con l’ausilio piuttosto di una fascia che comprima la parte superiore del petto.

Dopo quanto tempo posso tornare in palestra o fare attività fisica pesante di altro tipo? 

Per circa 2 settimane conviene astenersi completamente da ogni attività sportiva, poi è possibile riprendere gradualmente ginnastica e sport. Nel caso le protesi siano state inserite dietro al muscolo è preferibile evitare gli esercizi che riguardano braccia e parte superiore del torace per almeno 2 mesi. Ideale sarebbe poi evitare definitivamente ogni attività fisica che comporti la contrattura intensa dei muscoli pettorali, come, ad esempio, il body-building con i pesi per le braccia.

Dopo quanto tempo posso fare il bagno e/o la doccia? Quanto devo attendere prima di espormi al sole o fare una lampada? 

Generalmente si può fare la doccia o il bagno quando la ferita è  ben chiusa, cioè  circa 15 giorni dopo l’intervento. In tutti i casi è meglio avere prima l’autorizzazione del medico, che valuterà attentamente la situazione. Per quanto riguarda sole e lampade è preferibile aspettare almeno 6 mesi prima di esporre le cicatrici, per evitare che diventino troppo scure, specie se l’areola ha una colorazione piuttosto tenue. Viceversa è possibile esporsi agli ultravioletti anche dopo un mese indossando il reggiseno, a patto che i lividi siano spariti.

La chirurgia intima è una novità?

La vera novità è l’aumentata richiesta da parte delle donne di questo tipo di chirurgia, soprattutto per merito dell’attuale realtà dei siti internet che rendono nota al grande pubblico la presenza di questa chirurgia e l’evoluzione che essa ha subito. Resta però ancora molto da fare per combattere la difficoltà delle pazienti ad affrontare problemi di questo genere.

Quali sono le motivazioni?

La donna che vuole restringere il canale vaginale lo fa per avere maggior piacere per sé e per il partner: è un discorso di coppia. Chi interviene sulla parte estetica, è più facile che lo faccia per se stessa.

Che cosa è il ringiovanimento vaginale e come può migliorare la gratificazione sessuale?

Si tratta di una procedura chirurgica mirata a restringere i muscoli vaginali e i tessuti di sostegno, eliminando la mucosa vaginale ridondante. L’intervento migliora il tono muscolare della vagina, diminuendone il diametro interno ed esterno. Il tutto contribuisce a restaurare o migliorare la forza frizionale durante il rapporto sessuale che è alla base del piacere sessuale femminile.

Che cos’è la vaginoplastica estetica?

Si tratta di una procedura mirata a un miglioramento estetico, singolo o combinato, delle piccole e grandi labbra, monte di Venere, perineo, orifizio vaginale, imene: lo scopo finale è quello di ringiovanire e ridare armonia alla zona del pube e del basso ventre.

L’intervento estetico piu richiesto?

Sicuramente la riduzione delle grandi labbra, che spesso sono talmente sviluppate da determinare oltre che inestetismo, anche difficoltà o dolore in corso di rapporti sessuali.
Le piccole labbra, invece, sono spesso coinvolte in traumi a livello vulvare e perineale e quindi non è infrequente la richiesta di riparazione di esiti di traumatismi; tuttavia, capita sempre più spesso di dover ridurre le piccole labbra nei casi ove un loro eccessivo sviluppo rende difficoltoso l’uso della bicicletta o di alcuni attrezzi ginnici, come pure rende impossibile od antiestetico od imbarazzante indossare indumenti intimi particolarmente succinti.

Qual'è la procedura più richiesta nelle pazienti con più di quarant'anni?

Potrà sembrare strano, ma ci stiamo sempre più omologando a quanto accade negli USA ed in Brasile. L'intervento più richiesto nelle donne over-forthy non è chirurgico ma medico-estetico.

Si tratta del RINGIOVANIMENTO DELLE PICCOLE LABBRA con iniezioni di acido jaluronico: infatti, una buona attività fisica ed una buona nutrizione mantengono giovane il fisico delle quarantenni, una accorta depilazione nasconde i primi peli grigi (che compaiono anche al pube), ma null'altro che l'acido jaluronico nella sua moderna formulazione potrà ringiovanire l'ASPETTO ed il TURGORE delle PICCOLE LABBRA.

Anche l'introito vaginale può essere migliorato, ed il cosiddetto punto G può essere ingrandito, con l'uso dell'acido jaluronico.

Tutto questo può essere utilizzato da solo, oppure associato alle diverse possibilità della chirurgia intima: secondo le necessità ed i desideri della paziente.

Che tipo di anestesia occorre per questi tipi di interventi?

Il tipo di anestesia necessario dipende dalla procedura chirurgica richiesta: si può utilizzare un anestesia  locale con sedazione, l’anestesia epidurale o spinale, oppure l’anestesia generale.

In seguito a un intervento di ringiovanimento vaginale dopo quanto tempo è possibile riprendere il lavoro?

Il ritorno all’attività lavorativa dipende dall’intervento effettuato. La maggior parte delle pazienti riprende il lavoro dopo una settimana.

Il post operatorio di un intervento di ringiovanimento vaginale è fastidioso?

Se introperatoriamente si effettua un blocco del nervo pudendo, la paziente non sente dolore per 18-24 ore. Dopo questo periodo, un possibile fastidio da lieve a moderato è facilmente controllabile con i normali analgesici e/o con l’applicazione di ghiaccio.

Gli interventi di ringiovanimento vaginale e di vaginoplastica possono provocare la comparsa di cicatrici o cambiare le sensazioni della vagina?

Complicanze di questo genere sono piuttosto rare: sono meno dell’1%.

Esiste un limite d’età per fare un intervento di ringiovanimento vaginale?

Non esiste un limite d’età purchè la donna sia sana e motivata.

Qual è l’età delle donne che chiedono questo tipo di chirurgia?

Sono donne di tutte le età: le ragazze hanno in genere problemi anatomici dell’imene o un ipertrofia delle piccole labbra o del clitoride, le donne più adulte hanno spesso problemi del tono dell’introito vaginale.

Quanto durano i benefici del ringiovanimento vaginale e della vaginoplastica?

I risultati sono permanenti e definitivi; tuttavia la loro durata può essere condizionata da fattori successivi all’intervento quali traumi, gravidanze, aumento di peso,ecc..

E’ possibile eseguire l’imenoplastica piu di una volta?

Si. La sua ripetizione non crea alcun problema.

Il ringiovanimento vaginale puo correggere un prolasso?

No. E’ bene prima correggere il prolasso sec la chirurgia classica e poi eventualmente effettuare un ringiovanimento vaginale.